Critica

ANTONIO BALDASSARRE
Un pittore

La soleggiante distesa del Salento, i contadini fra i loro uliveti, le affascinanti marine e le strade ancor oggi polverose sono i contenuti della pittura di Antonio Baldassarre: un’arte legata al folklore, alle tradizioni, al culto dei valori nostrani, vitali, autentici.

L’osservazione della realtà, colta nella sua storia e nella sua quotidiana vicenda, si realizza tramite un gusto cromatico che caratterizza i quadri di Baldassarre, ottenuto attraverso straordinari e inusitati incastri compositivi di due soli colori, che l’autore plasma con una tecnica paziente, capace di tessere figure compiute e armoniose, nel cui linguaggio scopri l’autentica vocazione alla pittura e una sottesa commossa umanità, che sono l’espressione della cultura sensibile di questo artista, di tipica estrazione salentina.

In “Carretto abbandonato” la scena è suggestiva: l’autore richiama alla mente la vita vissuta d’un non lontano passato della gente meridionale legata all’arida terra della campagna salentina.

In “Autoritratto” il volto, con elegante e serena armonia, si fonde con il sottostante “Paesaggio del Salento” che si staglia con movimento spigliato, agile, disinvolto pur nell’implacabile stabilità della pietra. Tipico è, poi, in questo giovane artista il modo con cui concepisce lo spazio, che egli riesce a raffigurare mediante la giustapposizione di masse oscure a masse chiare conferendo, ai suoi quadri, una visione d’eccezionale purezza e di grazia impareggiabili.

L’insieme delle pregevoli opere di Antonio Baldassarre costituisce un valido contributo alle odierne speranze per l’arricchimento del patrimonio artistico di questo nostro laborioso Salento.

ALFREDO INGROSSO, tratto da “Il Narciso” rivista d’arte,
ANNO VII – N. 5/6 – maggio-giugno, 1974.

… Voce nuova e improvvisa … forte di un espressionismo tanto istintivo quanto lirico.

FRANCESCO RAUSA, tratto da “Il Narciso” rivista d’arte,
ANNO VII – N. 5/6 – giugno, 1974



Le delicate composizioni ad olio di Baldassarre sono immerse in una luce chiara che addolcisce i contrasti ed esalta il paesaggio salentino. La sua pittura che va, senz’altro, al di là dell’apparenza delle cose, racchiude in sé un significato profondo che trova l’appagamento interiore nel suo linguaggio che sì lo inquieta ma che al tempo stesso lo esalta.

I colori predominanti dal grigio e dal verde, acquistano toni differenti, valori diversi che squarciano il chiuso di mondi limitati. E così, egli presenta la delicata speranza di liberare le immagini, l’ansia di libertà, la voglia di spazio, i sentimenti che ha dentro, di raccontare attraverso il colore le cose che egli vede. Attraverso le sue tele si nota l’esigenza dell’artista di rendere evidente il fascino della terra salentina e i suoi sentimenti, di trasferire insomma, attraverso il tocco secco e rabbioso della spatola, l’immagine poetica che il rapporto con le cose gli offre.

La figura, vista sempre in lontananza, quasi sfumata, c’è, proprio a testimoniare un’interiorità purissima ed a valorizzare il sofferto silenzio dell’uomo che è la solitudine. Il quadro preso quindi nella sua essenza contenutistica è frutto non solo di meditazioni complesse e laboriose, ma è la conclusione di un determinato travaglio spirituale…

MIRO GARRUBA, tratto da “Arte Italiana Contemporanea”,
La ginestra Editrice, 1977

La vivace scioltezza del paesaggio col suo movimento, la libertà degli sfondi, l’impiego degli scorci e di illusivi chiaroscuri, queste le componenti precipue di A. Baldassarre. Il colorismo nitido, che mette in movimento forme e contenuti vigorosamente definiti, ne fa dello stile di Baldassarre la caratteristica prima. Il paesaggio, in questo modo, disgrega il compatto bagliore del colorismo naturale in una sfavillante luminosità e dà l’immagine di uno spazio incommensurabile, fatto essenzialmente per la contemplazione poetica.

I personaggi, poi, ricchi di movimento e d’espressione psicologica, sono vivissimi proprio per la chiarezza dei loro gesti, ed il loro effetto è tanto più intenso in quanto fissato in una forma semplicissima. Ne deriva, così, del discorso del Baldassarre, un linguaggio alieno da simbolismo o da allegorie, ma capace di tradurre nella più cruda semplicità, il pathos che contiene il paesaggio salentino.

Ed ancora, i tocchi di spatola a quelli più rari di pennello, conclusi fino all’astrazione e al tempo stesso il profondo patetismo palesano, nell’artista, un’approfondita conoscenza dei moti dello spirito. Ma quello che rende così potentemente espressiva la tavolozza di questo artista non è tanto la semplicità dell’ordito compositivo in cui lo spazio ora si dilata in ricerche di profondità, ora s’addensa facendo incombere le figure sullo spettatore, quanto l’incisività che il Baldassarre mette nel produrre un paesaggio, la concreta personalità dell’artista, ricca di problemi ed il temperamento pieni di vita e di appassionata umanità.

A. MILAPRO, tratto da “Arte Italiana Contemporanea”,
La ginestra Editrice, 1977

PESSIMISMO DI RIGETTO

Il pessimismo cui si informano le “rese” del Baldassarre deriva essenzialmente dalla rassegnazione del suo spirito di fronte alla realtà oggettiva dell’esistenza: realtà che, dopo aver prematuramente disincantato l’adolescenza e la giovinezza di questo artista annientandogli ogni illusione e ogni speranza, soffocando nel suo intimo ogni moto affettivo, carpendogli la fede nei confronti della buona predisposizione umana, ha creato in lui quel particolare stato psicologico di facile “oscuramento anemico” nella rappresentazione della realtà stessa, conducendolo inevitabilmente alla certezza dell’infelicità dell’“essere”, della vacuità delle cose, dell’impossibilità dell’uomo che è destinato a dibattersi senza tregua tra la sentita esigenza di pace e la costante delusione di non riuscire a soddisfarla, di sottrarsi alla implacabile monotonia della vita…

Pessimismo, quindi, quello del Baldassarre, “di rigetto”, che pone l’osservatore di fronte a certi problemi esistenziali e che, nello stesso tempo, ha il recondito intento di sollecitare lo spirito a “fare” per cercare una sua propria realizzazione, al di là delle effimere controversie umane.

GIANFRANCO FERRAMOSCA, tratto da “Arte Italiana Contemporanea”,
La ginestra Editrice, 1977

 

 

Viene dal Salento, Antonio Baldassarre da una terra arsa da una storia dura e da dolenti povertà. E’ giovane, eppure già è assorto in una passiva e risentita solitudine. Il suo fare arte è evocazione (non soltanto di un paesaggio, di un ambiente reale, concreto, ma di una atmosfera, del colore stesso della memoria). E’ ricordo di cose perse o mai avute, di strade lunghe e sperdute, la cui unica connotazione è il silenzio. Un silenzio duro, tradotto con un colore solo: il bianco, che si sporca di grigio soltanto nel cielo o in qualche macchia di erba.

E’ un bianco irreale, perché “irreali” sono i paesaggi: c’è aria di attesa, aria di speranza che qualcosa si muova, che un alito di vento venga a far chiasso, a smuovere i colori. Intanto ci rimangono questi squarci che sanno di calcina, minuziosi, puntigliosi, incombenti. Vuoti di presenze. Forse il grido non arriverà mai. E così Baldassarre continua a scavare rughe di sentieri, tra le case, tra le pietraie. Quasi accecato dalla luce. Il suo ostinato, caparbio ripetersi può dare, alla lunga, un senso di asfissia, di stordimento, ma forse per lui questo è il solo modo per far sentire la vera voce della sua povera terra.

L. M., tratto da “L’Arena di Verona”,
venerdì 15 settembre 1978

…questa è l’impressione immediata che si prova davanti alle opere del pittore Antonio Baldassarre, che presenta alla Galleria d’Arte “La Sfera” di Vittorio Veneto una sua personale. Nella scia dei grandi paesaggi italiani, Baldassarre coglie dalla natura i punti suggestivi e li presenta con raffinata sensibilità, con saggio equilibrio e con una preziosa gamma coloristica. I suoi paesaggi, sempre pieni di luce, di aria, di colore, fanno assaporare la riposante quiete delle colline, il profumo della campagna e sono un invito alla partecipazione diretta con la natura.

tratto da “La Tribuna di Treviso

 

Ecco un pittore che interpreta la realtà non difforme da quella che è, ma scevra (per determinazione) da ogni impurità che l’uomo, col suo operare, a volte inconsapevole, ha finito di travolgere e mutare nel suo aspetto più connaturale. Questa opera di purificazione del paesaggio che Antonio Baldassarre intraprende, va, però al di là di una mera intitolazione didascalica, di una raffigurazione pedissequa operata, per altra via, di quanto si potrebbe immaginare circa un paesaggio in cui i segni deturpatori avessero a dileguare quasi per opera d’incantesimo.

L’intendimento del pittore è invece qualcosa di assai più profondo e di radicalmente sentito; il figurativo, di tendenza fondamentalmente chiaristica, si sviluppa in una luminosità tonale quasi monocroma proprio perché è nelle intenzioni di Baldassarre di proporci una realtà sublimizzata, quasi aerea più vicina ai valori essenziali di un sentimento ormai raro oggi e che si configura di chiara tendenza spirituale.

VINCENZO GALIZIA, tratto da “Modena Flash

…I suoi paesaggi, i suoi fiori, i suoi scorci, le sue figure hanno una cromatica singolare, ottenuta quasi sempre con due colori con i quali l’artista sa ricavare le tonalità più intense e le sfumature più delicate. Ma ciò che più sorprende è il gusto con cui il nostro artista sa cogliere gli angoli del suo paese nativo e della sua campagna, pietrosa ed assolata, per trasfigurargli in scene a volte ariose a volte cupe, in un impressionismo non scevro da evidenti reminiscenze ma pur personale nel sentimento. Ancora molto giovane, Antonio Baldassarre ha da allargare il suo orizzonte visivo al fine di definire chiaramente il suo linguaggio pittorico.

ALDO de BERNART

 

A. BALDASSARRE ALLA “M. GRAECIA”

Paesi e strade, case e campagne trattati con la spatola balzano vivi dalla tela quasi fossero animati. Sono paesaggi di Puglia cari all’artista che nel suo continuo vagabondare osserva con occhio d’amore gli uomini e le cose e li fa vivere autonomamente nel suo discorso pittorico. Di particolare interesse il contenuto cromatico delle sue opere: prevalgono i toni cupi ed anche se i cieli sono aperti è difficile scorgere in essi i colori festosi della nostra terra. E’ chiaro che l’artista ha l’animo tormentato e dà al nostro cielo il suo colore: emblematico è forse il fatto che l’opera più avvincente in questa mostra è una stupenda campagna sotto il temporale con tre grandi alberi spogli in primo piano che richiamano il sacrificio del Golgota. Una mostra estremamente impegnata, dunque, che pone d’autorità Baldassarre tra i più autorevoli interpreti della pittura pugliese d’oggi.

GIUSEPPE ALBANO, tratto da “IL ROSSOBLU



…L’equilibrio raggiunto da questo artista è abbastanza indicativo della sua costante ansia di ricerca, che lo pone su di un piano artistico quanto mai significativo. Considerando più da vicino la forma della sua produzione artistica, non si può fare a meno di apprezzarne la profonda armonia, cromatica, che riposa su di uno sfondo quasi meditativo e su dei toni sempre sussurrati, senza mai indulgere a falsi estetismi o, peggio ancora, a deleteri virtuosismi.

ROCCO ZINZI, tratto da “Meridiano Sud

 

Della Pittura di Antonio Baldassarre non possiamo fare a meno di non metterla in evidenza perché piena di sentimenti e di sogni. …Indagatore della natura, dell’animo introspettivo meditativo, esprime la sua forza cromatica gridando la volontà di esistere e di parlare a sé ed agli altri.

ANTENORE CAMPI

Articoli

BENVENUTI NEL MUSEO DELL’AMORE

Basso Salento, Specchia, villaggio di Cardigliano: una distesa di ulivi e di macchia mediterranea. Uno ci arriva da una strada asfaltata che sale verso quello che è uno dei punti più alti del Salento e, all’improvviso, si trova davanti un cancello verde con una scritta che stupisce: “L’amore per una pessima donna, ha dato adito alla mia creatività”. Sul campanello l’indicazione: museo dell’amore. Niente pubblicità, nessuna strategia di marketing: qui si arriva con il passaparola, con un tam tam che risuona sempre più rapido. “C’è un artista che ha dipinto e ha scolpito scene di sesso nelle stanze della sua casa: una cosa mai vista”: questo si dice. Una casa dell’amore: così la chiamano da queste parti. L’artista arriva e si presenta sorridente: “Piacere, sono Antonio Baldassarre. Prego, entri”. Anni 52, nato a Ruffano, ma abituato a girare con le sue mostre per mezza Italia, da Roma a Bassano del Grappa fino al Mantovano. […]

Ma ben altro attira la vista: due statue in pietra leccese in bella mostra davanti all’ingresso. Una donna nuda con una sorta di grata davanti alle parti più intime. “Quella è la donna Segregata dalla sua verginità”, dice Antonio Baldassarre. Poco più in là un’altra scultura raffigurante una donna nuda con paraocchi: è il simbolo di chi non vuole vedere l’amore. Si apre la porta della casa-museo ed ecco i primi simboli che rimandano alla vita sessuale e alla “congiunzione” dei corpi. Accanto c’è un registro con tanto di nomi e di date, come si conviene nei migliori musei: centinaia di firme di visitatori, una dietro l’altra senza che, da queste parti, ci siano cartelli o indicazioni turistiche. Insomma, il museo funziona eccome. “Ma ora vi spiego come stanno le cose”, aggiunge l’artista di Ruffano. Lui tira il fiato e comincia: “[…] La mia vita sentimentale è sempre stata un po’ complicata. È dall’ultima storia che è nata questa che io chiamo “Opera Unica” dedicata al tema della fertilità e dell’amore.[…] Una storia sessualmente incompiuta che si è conclusa qualche mese fa quando lei ha troncato la nostra relazione: stufa di una situazione ambigua che, secondo lei, avrei dovuto risolvere troncando il rapporto con mia moglie. Io non l’ho fatto e lei se n’è andata. Niente nomi, però, qui conta l’arte”. Già, l’arte.

Se il numero di visitatori aumenta a vista d’occhio, è per quello che Baldassarre ha saputo creare dal nulla: affreschi, intarsi e mosaici, sculture, sculture a muro che raggiungono il metro e mezzo d’altezza. “Quando se n’è andata sono stato malissimo ed è stata l’arte a salvarmi offrendomi una valvola di sfogo. Come se, improvvisamente, fossi stato rapito da un raptus di sana follia: io che avevo dipinto sempre paesaggi, mi sono ritrovato a scolpire e a dipingere scene d’amore e di sesso come mai avrei pensato che sarebbe potuto accadere. Ho fatto tutto da solo, in meno di un anno, tra il 2001 e il 2002, senza mai fermarmi: quando ho finito l’opera e l’ho guardata nel suo insieme, ho avuto come l’impressione che non fossi stato io a realizzarla”.

L’opera, appunto, perché di questo si tratta. Il salottino d’ingresso, chiamato “Stanza dell’Angelo”, è come un preannuncio con un tavolino dove i piedi sono rappresentati dagli organi genitali maschili: un dipinto a muro della campagna intorno al villaggio di Cardigliano ricorda la sua inclinazione di paesaggista, ma lo sguardo corre altrove. Da una parte della casa c’è la cucina e il bagno con simboli fallici e riproduzioni di parti intime che ti costringono a guardare sotto e sopra, a destra e a sinistra. Si apre il corridoio dietro una libreria scorrevole ed ecco quella che Antonio Baldassarre ha chiamato “Stanza della Regina”: pochi metri quadrati, come dice lui stesso, “Che raffigurano una donna con lo scettro ed esprimono il potere detenuto dalla donna nei confronti dell’uomo che nulla può in confronto a lei”. È la donna, insomma, che comanda: questo è il messaggio della casa dell’amore. Pochi secondi dopo si apre la chiave del luogo più “atteso”. Quello proibito, come dice più d’uno che ci è passato. “La stanza dell’Amore”, come l’ha chiamato Baldassarre. Un grande letto sistemato fra due muri interamente ricoperti da donne scolpite nude o nel momento culminante dell’atto sessuale: tutte in pietra leccese, come figure intrecciate l’una all’altra. Ai piedi del letto altri corpi di donne che s’accoppiano con gli uomini o che osservano, sgomente, quanto accade loro intorno. Tutte intorno ci sono pareti con altre raffigurazioni pittoriche in tema. Sul soffitto un cerchio concentrico di simboli sessuali e di colori che, come spiega lo stesso artista, “A ciò che di paradisiaco c’è nell’essere femminile perché anche di quest’aspetto bisogna tener conto”. Al centro della stanza una grande “A” che simboleggia l’amore e che è “disegnata” sopra una lastra trasparente che si apre con un buco del pavimento: dentro ci sono i piedi di un uomo a testa in giù “E’ come se sprofondasse negli Inferi -commenta Baldassarre- perché è lì che gli umori altalenanti della donna spesso lo trascinano”.

Arte universale o piuttosto autobiografica? Il punto interrogativo resta. Di una cosa, però, Baldassarre è certo: “In quella stanza preferisco non dormirci. Paura? Non lo so. Diciamo che, per me la “Stanza dell’Amore” è un luogo sacro e che non me la sento di “violare” un letto che, simbolicamente, è legato ad un amore rimasto incompiuto. Mi colpisce il fatto che coloro che la visitano non ne rimangano turbati: come se, dopo averla visitata, ne escano quasi rasserenati. La donna che l’ha ispirata non l’ha mai visitata, ma a questo punto l’“opera” che pure è nata dalla storia con lei, è come se si fosse sganciata dalla contingenza e fosse diventata più universale. Lo scritto nel mosaico sul pavimento: forse, grazie alla casa dell’Amore, vivrò nei secoli e di me resterà qualcosa a questo mondo”. Forse, fra duemila anni, qualcuno ne ritroverà dipinti e sculture e penserà a Cardigliano come ad una Pompei in miniatura dove qualche artista faceva dell’erotismo il suo sogno e la sua magnifica ossessione.

VINCENZO MARIUCCIO, tratto da “Quotidiano di Lecce”,
domenica 23 febbraio 2003

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Bibliografia

• MERCATO d’ARTE CONTEMPORANEA Rassegna Periodica Artisti Visivi N°2, Fratelli Conte Editori, 1977.

• ARTE ITALIANA CONTEMPORANEA, La ginestra Editrice, 1977.

• TOP ARTS Catalogo Nazionale Dell’Arte Contemporanea, RM Edizioni, 1999.

• Dizionario Enciclopedico Internazionale D’Arte Contemporanea 2000-2001, Casa Editrice Alba.

• L’ÈLITE Selezione Arte Italiana Contemporanea 2001-2002.

• DIZIONARIO COMANDUCCI N°5 del 1978.

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