Benvenuti nel museo dell'amore

di Vincenzo Maruccio

Basso Salento, Specchia, villaggio di Cardigliano: una distesa di ulivi e di macchia mediterranea. Uno ci arriva da una strada asfaltata che sale verso quello che è uno dei punti più alti del Salento e, all’improvviso, si trova davanti un cancello verde con una scritta che stupisce: “L’amore per una pessima donna, ha dato adito alla mia creatività“.

Sul campanello l’indicazione: museo dell’amore. Niente pubblicità, nessuna strategia di marketing: qui si arriva con il passaparola, con un tam tam che risuona sempre più rapido. “C’è un artista che ha dipinto e ha scolpito scene di sesso nelle stanze della sua casa: una cosa mai vista”: questo si dice. Una casa dell’amore: così la chiamano da queste parti. L’artista arriva e si presenta sorridente: “Piacere, sono Antonio Baldassarre. Prego, entri”. Anni 52, nato a Ruffano, ma abituato a girare con le sue mostre per mezza Italia, da Roma a Bassano del Grappa fino al Mantovano. […]

Ma ben altro attira la vista: due statue in pietra leccese in bella mostra davanti all’ingresso. Una donna nuda con una sorta di grata davanti alle parti più intime. “Quella è la donna Segregata dalla sua verginità”, dice Antonio Baldassarre. Poco più in là un’altra scultura raffigurante una donna nuda con paraocchi: è il simbolo di chi non vuole vedere l’amore. Si apre la porta della casa- museo ed ecco i primi simboli che rimandano alla vita sessuale e alla “congiunzione” dei corpi. Accanto c’è un registro con tanto di nomi e di date, come si conviene nei migliori musei: centinaia di firme di visitatori, una dietro l’altra senza che, da queste parti, ci siano cartelli o indicazioni turistiche.

Insomma, il museo funziona eccome. “Ma ora vi spiego come stanno le cose”, aggiunge l’artista di Ruffano. Lui tira il fiato e comincia: “[…] La mia vita sentimentale è sempre stata un po’ complicata. È dall’ultima storia che è nata questa che io chiamo “Opera Unica” dedicata al tema della fertilità e dell’amore.[…] Una storia sessualmente incompiuta che si è conclusa qualche mese fa quando lei ha troncato la nostra relazione: stufa di una situazione ambigua che, secondo lei, avrei dovuto risolvere troncando il rapporto con mia moglie. Io non l’ho fatto e lei se n’è andata. Niente nomi, però, qui conta l’arte”. Già, l’arte.

Se il numero di visitatori aumenta a vista d’occhio, è per quello che Baldassarre ha saputo creare dal nulla: affreschi, intarsi e mosaici, sculture, sculture a muro che raggiungono il metro e mezzo d’altezza. “Quando se n’è andata sono stato malissimo ed è stata l’arte a salvarmi offrendomi una valvola di sfogo. Come se, improvvisamente, fossi stato rapito da un raptus di sana follia: io che avevo dipinto sempre paesaggi, mi sono ritrovato a scolpire e a dipingere scene d’amore e di sesso come mai avrei pensato che sarebbe potuto accadere. Ho fatto tutto da solo, in meno di un anno, tra il 2001 e il 2002, senza mai fermarmi: quando ho finito l’opera e l’ho guardata nel suo insieme, ho avuto come l’impressione che non fossi stato io a realizzarla”.

L’opera, appunto, perché di questo si tratta. Il salottino d’ingresso, chiamato “Stanza dell’Angelo”, è come un preannuncio con un tavolino dove i piedi sono rappresentati dagli organi genitali maschili: un dipinto a muro della campagna intorno al villaggio di Cardigliano ricorda la sua inclinazione di paesaggista, ma lo sguardo corre altrove. Da una parte della casa c’è la cucina e il bagno con simboli fallici e riproduzioni di parti intime che ti costringono a guardare sotto e sopra, a destra e a sinistra. Si apre il corridoio dietro una libreria scorrevole ed ecco quella che Antonio Baldassarre ha chiamato “Stanza della Regina”: pochi metri quadrati, come dice lui stesso, “Che raffigurano una donna con lo scettro ed esprimono il potere detenuto dalla donna nei confronti dell’uomo che nulla può in confronto a lei”. È la donna, insomma, che comanda: questo è il messaggio della casa dell’amore. Pochi secondi dopo si apre la chiave del luogo più “atteso”. Quello proibito, come dice più d’uno che ci è passato. “La stanza dell’Amore”, come l’ha chiamato Baldassarre. Un grande letto sistemato fra due muri interamente ricoperti da donne scolpite nude o nel momento culminante dell’atto sessuale: tutte in pietra leccese, come figure intrecciate l’una all’altra. Ai piedi del letto altri corpi di donne che s’accoppiano con gli uomini o che osservano, sgomente, quanto accade loro intorno. Tutte intorno ci sono pareti con altre raffigurazioni pittoriche in tema. Sul soffitto un cerchio concentrico di simboli sessuali e di colori che, come spiega lo stesso artista, “A ciò che di paradisiaco c’è nell’essere femminile perché anche di quest’aspetto bisogna tener conto”. Al centro della stanza una grande “A” che simboleggia l’amore e che è “disegnata” sopra una lastra trasparente che si apre con un buco del pavimento: dentro ci sono i piedi di un uomo a testa in giù “E’ come se sprofondasse negli Inferi -commenta Baldassarre- perché è lì che gli umori altalenanti della donna spesso lo trascinano”.

Arte universale o piuttosto autobiografica? Il punto interrogativo resta. Di una cosa, però, Baldassarre è certo: “In quella stanza preferisco non dormirci. Paura? Non lo so. Diciamo che, per me la “Stanza dell’Amore” è un luogo sacro e che non me la sento di “violare” un letto che, simbolicamente, è legato ad un amore rimasto incompiuto. Mi colpisce il fatto che coloro che la visitano non ne rimangano turbati: come se, dopo averla visitata, ne escano quasi rasserenati. La donna che l’ha ispirata non l’ha mai visitata, ma a questo punto l'”opera” che pure è nata dalla storia con lei, è come se si fosse sganciata dalla contingenza e fosse diventata più universale. Lo scritto nel mosaico sul pavimento: forse, grazie alla casa dell’Amore, vivrò nei secoli e di me resterà qualcosa a questo mondo”. Forse, fra duemila anni, qualcuno ne ritroverà dipinti e sculture e penserà a Cardigliano come ad una Pompei in miniatura dove qualche artista faceva dell’erotismo il suo sogno e la sua magnifica ossessione.

Tratto da “Quotidiano di Lecce“,
domenica 23 febbraio 2003